[Ritorna INSIDE ITALY, il racconto dei miei viaggi attraverso l’Italia che incontro presentando un libro, ora: Prima dell’apocalisse. I codici della speranza].

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Michele Perini mi aspetta sotto i portici della Galleria degli Antichi, una sfilata di mattoni rossi disposti in modo sobrio ed elegante, materiali poveri ma affascinanti che solo il Rinascimento ha saputo trasformare in archetipo di bellezza e virtuosismo. Avevo parcheggiato fuori le mura temendo che – essendo Patrimonio mondiale UNESCO – i non-residenti che osavano entrare in auto si prendessero una multa. Ma attraversata Porta Imperiale a piedi, trovo una cittadella silenziosa, senza particolari cartelli minacciosi, e con tante viuzze dove poter parcheggiare, anche all’ombra avessi voluto. Fa caldo, almeno 36 gradi nel primo pomeriggio, e ci si muove con lentezza.

Siamo a Sabbioneta, dove partecipo a un giovane festival chiamato “Libri tra le mura” ed ideato dal centro culturale “A passo d’uomo”, invitato dal suo presidente Luigi Gardini. “A passo d’uomo” venne creato dal defunto don Ennio Asinari una quarantina d’anni fa per stimolare la crescita della società, in una prospettiva culturale, umana e spirituale, ispirandosi a valori cristiani. Don Ennio era un prete di campagna, ma di visioni translocali e di grande umanità. Essere stato nell’ultimo periodo della sua vita parroco a Sabbioneta ne aveva marcato il percorso, arricchendo il suo impegno in ambito culturale.

Sabbioneta fu voluta dal duca Vespasiano Gonzaga in pieno Cinquecento quale modello vivente di città ideale, in cui arte, architettura e impianto urbanistico rappresentano la massima espressione della classicità. Costruita in trentacinque anni, è tuttora cinta da mura solide, ed è come fare un salto nel passato entrarvi attraverso le sue porte monumentali, automobili a parte. Palazzo Ducale, il Teatro degli Antichi o il Palazzo del Giardino sono tra gli edifici oggigiorno più visitati, ma è il suo complesso urbano a forma di stella a sei punte, nel suo insieme, che affascina e rimanda a una sintesi di razionalità e funzionalità, sobrietà ed eleganza, espressione di una forte e utopica carica umanistica che si manifesta in un connubio di misura, proporzioni e salubrità. Sono passati secoli da quella stagione di sperimentazione illuminata, pur sempre dettata da un “signore”, ed ora forse ci dovremmo chiedere che cosa dovrebbe avere una città contemporanea per essere considerata “città ideale”.

Azzardo una risposta. Una città contemporanea, per essere considerata ideale, dovrebbe ripensarsi sostenibile, self-reliant, il più possibile autosufficiente e il meno possibile devastata da conflitti sociali e temperature torride. Il concetto di self-reliance viene dagli anni ’80[1], e ne avevo sentito parlare dal prof. Ignacy Sachs, all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, che frequentai come studente Erasmus. Quel concetto mi aveva affascinato e mi accompagnerà nei miei studi successivi: una città autosufficiente produce in loco la propria energia, il proprio cibo e le proprie risorse, per ridurre al minimo la dipendenza dalle catene di approvvigionamento esterne, riducendo così la sua impronta ecologica sul territorio e sul pianeta. È un concetto radicale e rivoluzionario, la cui praticabilità richiede una profonda democratizzazione delle infrastrutture energetiche, delle filiere produttive e degli apparati amministrativi e politici, perché non può essere che il risultato di uno sforzo collettivo, di un processo di autodeterminazione, attraverso il quale massimizzare le sinergie, i benefici condivisi, gli spazi di convivenza e collaborazione, e minimizzare i fattori di conflitto quali le diseguaglianze socio-economiche, le separazioni fisiche su basi etno-culturali o il degrado dei servizi essenziali, nonché tutto ciò che viene considerato scarto o rifiuto. In questi termini io oserei definire una città che vuole essere ideale al giorno d’oggi.

In questi mesi, succedono delle cose che fanno pensare al fatto che ci stiamo avvicinando a dei punti di non-ritorno che mettono in discussione condizioni di abitabilità e fonti di ricchezza di campagne una volta floride. Michele mi mostra la foto di un chicco di grandine caduto giorni fa nel suo giardino a San Matteo delle Chiaviche delle dimensioni di una palla di tennis. La grandinata ha devastato i pannelli solari e abbattuto rami, e il timore è che tali eventi estremi si stiano facendo sempre più frequenti e normali. Il paradosso è che proprio nelle regioni raggiunte dalle piogge di fine estate restano evidenti le ferite lasciate da due mesi di siccità e temperature elevate. In Lombardia, il secondo sfalcio di fieno è stato compromesso in diverse aree e non si prevedono miglioramenti significativi[2]. La florida agricoltura mantovana ha sofferto pesanti cali produttivi delle colture chiave, l’aumento eccezionale dei costi di irrigazione d’emergenza e il rischio di compromissione dei secondi raccolti[3]. È un mondo intero che sta perdendo la bussola, lo stesso che fece la ricchezza di Vespasiano Gonzaga e dei suoi possedimenti.

La città ideale oggi dovrebbe a mio avviso fondarsi sul ripristino delle relazioni uomo-natura e sul rafforzamento di relazioni di cooperazione piuttosto che di competizione. La credenza che la competizione sia nell’ordine naturale delle cose ha pervaso la politica, l’economia, l’agricoltura e il nostro stesso modo di pensarci nell’universo, ma le ultime scoperte nel campo delle scienze naturali stanno rovesciando questo paradigma. È giunto il tempo di rafforzare le interdipendenze e renderci capaci di soddisfare le nostre necessità riducendo il peso specifico dal punto di vista energetico di ciascuno di noi. Ma siamo pronti per questo?

Negentropia, questa è la funzione a cui dovrebbe aspirare la città ideale contemporanea.  Sto leggendo il libro di un’ecologista irlandese, Anja Murray[4], che spiega come collaborazione e cooperazione tra diversi organismi viventi siano la regola in natura; non dunque la competizione, la concorrenza, che hanno plasmato invece l’immaginario di molte culture e di intere nazioni. Murray dona l’esempio di una foresta, dove alberi di alto fusto di diverse specie si sostengono mutuamente, scambiandosi servizi e risorse, con la complicità di funghi, insetti e batteri. È tutto un altro modo di concepire il funzionamento dei sistemi viventi, che ci pone di fronte alla necessità di riconsiderare le nostre categorie di pensiero, e dunque il nostro modo di essere in società e sul pianeta.

Dobbiamo noi tutti diventare operatori di negentropia, e non solo immobilizzando il carbonio liberato in atmosfera o ripiantando foreste, ma anche ricucendo le relazioni umane o ricollegando le cul­ture. Come siamo una sola specie, così siamo produttori di una sola cultura, molteplice, variegata, permeabile. Cosa vuol dire essere “an­geli di negentropia”, rallentando il caos e aprendo spazi di interdipendenza? Vuol dire coltivare ortaggi sui tetti dei nostri pa­lazzi di cemento o rendere superflua l’auto in città, ma anche ricuci­re il tessuto sociale trovando un ruolo a chi vive ai margini; vuol dire riaprire al pubblico gli spazi chiusi, mettere a disposizione alloggi sot­toutilizzati perché tutti abbiano una dimora degna di questo nome, o far conoscere le storie di chi viene da lontano o di chi non esce più di casa – l’arte d’altronde ha questo straordinario potere di trasformare la cruda verità in bellezza.

Così scrive Compagno alla sua amata al termine del viaggio nell’Oltre. Oggi, non è più sufficiente disporre di contenitori urbanistici pianificati nei loro dettagli per alimentare un rilancio ideale nelle nostre comunità; anche Sabbioneta è ormai una città qualsiasi, malgrado sia stata progettata dai migliori architetti dell’epoca. Dobbiamo fare come gli alberi di una foresta, che sono capaci di coindividere risorse in modo collettivo, pur appartenendo a specie diverse, sovente utilizzando alleati generalmente considerati insignificanti. Se esistessero città così, ecco quelle sarebbero le città ideali per entrare nel futuro.

Ripassando per Porta Imperiale per recuperare la mia auto, noto che c’è poca acqua nei canali che percorrono il perimetro delle mura. È un indicatore, un segnale di allarme per noi che non sappiamo prendere in mano il nostro destino. Una Sabbioneta senz’acqua intorno, tra l’altro, sarebbe uno schiaffo alla sua immagine.

Competizione no, collaborazione sì. Riparto con questi pensieri. E allora sì che sarà valsa la pena di investire energie e risorse nella preservazione di città storiche e gioielli architettonici come Sabbioneta, con i suoi portici e i suoi affreschi, i suoi giardini e le sue campagne.

Gianluca Solera


[1] David Morris fu uno dei pionieri della self-reliance, e fondò l’Institute for Local Self-Reliance ancora nella metà degli anni ‘70. Vedasi il sito dell’istituto.

[2] Coldiretti, «Maltempo e siccità: Italia divisa tra campi allagati e raccolti bruciati dal caldo», 25 agosto 2026.

[3] Cfr. La Voce di Mantova, luglio 2026.

[4] Anja Murray, Wild Embrace: Connecting to the Wonder of Ireland’s Natural World, Hachette Books Ireland, 2023.

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